“Show, don’t tell” – Il raccontato visivo

Di recente mi è capitato di leggere molti articoli contenenti dei consigli per migliorare la propria tecnica di scrittura. Alcuni, in particolare quelli del celebre blog Gamberi Fantasy, mi hanno colpito per l’analisi penetrante di argomenti che spesso danno filo da torcere allo scrittore inesperto, facendomi rendere conto di alcuni errori che anch’io ho commesso diverse volte. Purtroppo, è sotto gli occhi di tutti che anche gli scrittori più navigati commettono errori di tecnica anche gravi; non essendo io uno di loro, penso che ripassare non mi faccia male.

In particolare vi segnalo i seguenti, che tutti insieme formano già un ottimo manuale essenziale di buona scrittura:

Ce ne sono parecchi interessanti anche su Fantasy Eydor, anche se questi li ho trovati un po’ meno oggettivi e ricchi di divagazioni.

Non potrei in alcun modo spiegare gli stessi argomenti meglio degli autori (o delle autrici) originali di questi post, perciò vi rimando prima di tutto a una loro lettura approfondita; anche se in alcuni passaggi mi sembra che gli articoli diventino eccessivamente fiscali, in generale condivido in pieno.

Riepilogo brevemente soltanto il concetto di “Mostrare, non raccontare“, fondamentale per quanto segue: un narratore dovrebbe cercare di mostrare ciò che sta accadendo invece che limitarsi a riferirlo, in modo da suggerire alla mente del lettore immagini vivide, non concetti generici privi di interesse. Ad esempio, se dico “Sindel era una guerriera crudele” dico una frase insipida, che non suscita alcuna emozione; se invece mostro nei dettagli che terminato il saccheggio di una città Sindel si diverte a infilzare i neonati sulle picche, ho fatto vedere al lettore quanto lei sia crudele e difficilmente se lo scorderà. Raccontare può andar bene, ma andrebbe riservato ad alcune situazioni specifiche in cui è più utile, ad esempio per accorciare delle fasi lunghe o per non annoiare il lettore soffermandosi su azioni ripetitive compiute dai personaggi.

Il nonno può limitarsi a raccontare, lo scrittore deve sbattersi di più…

“Raccontato, vade retro!”, allora? Non proprio. Gli articoli segnalati trattano il raccontato essenzialmente come una forma di narrazione di ripiego, a cui andrebbe sempre anteposto il mostrato; secondo questa tesi il raccontato è un’interruzione della storia, da evitare per non interrompere l’immedesimazione del lettore. Che succede però se io decido di raccontare, ma voglio comunque mostrare?

Succede che entra in gioco una particolare tecnica di cui io personalmente mi servo spesso, che mi piace chiamare “raccontato visivo” (chiaro che non ho inventato niente, è solo il mio modo di spiegarla). Si tratta di una forma di raccontato in cui al lettore sono comunicate immagini specifiche come accade nel mostrato.

Questa tecnica ibrida ha il vantaggio di rendere la narrazione più spedita fornendo comunque dei dettagli che permettano al lettore di visualizzare ciò che accade. Non è solo un “saltare in avanti”, quindi, perché non si perde di vista la scena in favore dell’evento; ma poiché non è più necessario descrivere ogni dettaglio, usare questa scappatoia ci permette, di tanto in tanto, di alleggerire la narrazione. Basta non abusarne.

Per intenderci, è la stessa differenza che passa tra saltare al capitolo successivo di un DVD e mandare avanti veloce il film. Se saltiamo solo avanti perderemo tutte le immagini di quel capitolo, ma se usiamo il fast play vedremo dei fotogrammi, potremo magari fermarci per assistere a un intermezzo e poi ripartire.

Se proprio dobbiamo saltare avanti, meglio il fast play per non perdere la trama.

Prendo come esempio questo estratto da La Spada dai Sette Occhi:

“Dalle tredici alle quattordici [Peter] gustava il pranzo preparatogli da fratello Brodo, che in genere consisteva in un cinghiale adulto intero al giorno (o un fagiano in alternativa) come piatto fisso, più altri “stuzzichini” per smorzare l’appetito. Dopo un paio di giorni Peter iniziò a mangiare da solo, non perché emarginato dai frati ma perché per appoggiare il suo cibo occorreva un tavolo intero. Ostinatamente convinto che avesse un gargarozz ulcerante nello stomaco, Sedram si curava personalmente di benedire ogni sua pietanza e santificare la sua acqua nella speranza di liberarlo da quella contrizione. Durante il primo mese di addestramento si registrarono due tentativi di avvelenamento di Peter da parte di Brodo e successivamente un tentativo di suicidio dello stesso, tutti falliti. Fratello Durin si assunse il compito di riportarlo sulla retta via… dello spirito.

Fino alle quindici, Peter si godeva un riposino sacrosanto, preferibilmente sull’erba. Landar e Lyse partecipavano sempre con viva solidarietà a quella parte dell’allenamento. Spesso sostavano nel giardino sdraiati contro le ossa del Teraskar, nei pigri pomeriggi soleggiati che offriva la campagna candralese, ascoltando il rumore del vento che soffiava tra le spighe di grano e conciliava il riposo. Peter sonnecchiava tenendo una pagliuzza tra le labbra, mentre Lyse gli preparava dei riassunti dei tediosi testi che Galem gli dava da leggere e Landar brucava l’erba grassa e saporita. […]”

Questo è un perfetto esempio del mio personale modo di usare il raccontato visivo. A tutti gli effetti, questa parte è raccontata, ma non trascura di dare delle immagini! Io non mi limito a dire “Peter mangiava a quattro palmenti, poi si riposava sul prato”. Il lettore vede Peter seduto a un tavolo circondato da montagne di schifezze, vede padre Sedram che si ostina a benedire le sue pietanze, vede Peter che sonnecchia sul prato con una pagliuzza in bocca. Anche se non mostro queste cose in presa diretta, faccio in modo che si possa immaginarle.

Possiamo anche inserire linee di dialogo, che spezzeranno ulteriormente il raccontato. Ecco un altro esempio:

“Dalle sette alle otto aveva le lezioni di equitazione con Landar. Salvo per i pasti e la siesta, quella era la parte più piacevole di tutto l’addestramento, in quanto Lyse aveva insistito a morte con Galem per tenere lei quelle lezioni, adducendo come motivazione che soltanto lei sapeva come governare il cavallo elfico, finché l’abate esasperato non aveva acconsentito. Lyse era una provetta cavallerizza e, a differenza dei Toras, un’insegnate clemente e spiritosa, sebbene per certi versi altrettanto inflessibile. Gli inizi furono piuttosto goffi e Peter collezionò figure meschine in abbondanza, anche per via dell’atteggiamento smargiasso di Landar che si divertiva a illuderlo per poi disarcionarlo.
− È colpa tua Peter, devi fargli capire chi è il capo. − gli ripeteva Lyse. Peter dapprima si era lanciato in un’imitazione da cowboy dei film western, strattonando le redini e colpendo i fianchi dell’animale con i talloni; atteggiamento che non aveva fatto che indispettire di più Landar. Lyse gli aveva spiegato allora che quello era un modo da fare da pastoraccio, che non era appropriato per stabilire i ruoli di comando e che poteva ottenere solo di innervosire l’animale, considerando anche che Landar era un cavallo elfico e quindi, in quanto tale, particolarmente intelligente e presuntuoso. Era probabile che nella sua mente Landar vedesse se stesso come l’elemento dominante del loro duo. Prendendo il suggerimento alla lettera, Peter trascinò un treppiedi con una pergamena stesa sopra nel giardino del monastero e disegnò accuratamente la struttura di comando per spiegarla al cavallo.
− Vedi, Landar? Umano sopra, cavallo sotto. Umano comanda, cavallo obbedisce. Specie dominante, specie sottomessa. Ci riconosci perché abbiamo il pollice opponibile. È facile! − spiegava con la massima convinzione, tracciando segni con un carboncino. Quel che ottenne fu scoprire che a Landar piaceva masticare la carta pergamena. […]”

Attraverso l’inserimento di questi due semplici frammenti di parlato ottengo di “restare addosso” ai personaggi. Sto riferendo dei fatti, quindi è comunque raccontato, ma viene stemperato, perciò non è più un raccontato impersonale.

Il raccontato, quindi, non dev’essere per forza un’interruzione della storia; può essere usato per accelerarla, ma senza defenestrare il lettore!

Alla prossima!

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2 risposte a “Show, don’t tell” – Il raccontato visivo

  1. alexandros2202 ha detto:

    Articolo molto interessante. MI sono soffermato principalmente sulla tua tecnica del “raccontato visivo”. Spesso mi capita di parlare con aspiranti scrittori e sapientoni in genere che aborrono il raccontato e giudicano in maniera molto negativa alla prima frase non mostrata del romanzo. Il modo più divertente che trovo per metterli in difficoltà è proprio quello di presentare loro una frase di “raccontato visivo” che solitamente non sanno inquadrare e quindi giudicare.
    Come scrivevo nel mio articolo che tratta dello stesso argomento, e che credo tu abbia letto, io sono per un utilizzo misto del mostrato, del raccontato e, da oggi, posso dire anche del “raccontato visivo”. Per ogni scena c’è la soluzione adatta e nel tuo articolo riesci ad evidenziare in maniera egregia le varie soluzioni a disposizione.

    • Silverware ha detto:

      Anche perché obbiettivamente mostrare ogni singola cosa allunga da morire il testo. Se devi scrivere un libro di 300, 400, 600 pagine e non puoi scorciare nemmeno le cose che succedono nei tempi morti, buonanotte, non finisci più…

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