Avalanci

“Ebbene, dimmi… gli spiriti ti hanno rivelato il vero nome della tua anima?”

Gli avalanci provengono da una penisola del Ramadorn nota come Terra degli Elementi. Sono un popolo barbaro e tenace, ma tutt’altro che incivile, caratterizzato da una profonda spiritualità e da una forte predisposizione al Radiant.

Caratteristiche

Un avalanco è piuttosto facile da riconoscere. I membri di questa etnia sono quasi sempre alti e di corporatura robusta, spesso anche di bell’aspetto, con dei lineamenti spigolosi e occhi affilati come la punta di una lancia. I colori della carnagione variano a seconda della provenienza geografica della tribù di origine, andando dalla pelle color latte degli avalanci che vivono sulle montagne a quella abbronzata degli abitanti delle coste. Gli avalanci che non sono stati naturalizzati da altre culture indossano pelli e pellicce di animali e adornano il proprio corpo con monili fabbricati da materiali reperiti in natura, come corallo, pietre di fiume, conchiglie, avorio, perle e penne di uccelli.

Gli avalanci giovani portano alla tempia una lunga treccia chiamata hikat. Questo ornamento nella loro cultura riveste un significato particolare, si tratta infatti di un importante simbolo di stato sociale che esprime a seconda dei casi la giovinezza o la fertilità della persona.

Il significato attribuito all’hikat varia tra maschi e femmine. Gli uomini se lo fanno tagliare dallo sciamano della tribù soltanto al raggiungimento dell’età adulta, ovvero dopo aver superato il rituale iniziatico del tokahiri (per i dettagli su questa tradizione, vedi l’approfondimento sul Nome Spirituale). Le donne, invece, la mantengono anche dopo il tokahiri ma la decorano in modo diverso per simboleggiare la propria fertilità, tagliandola solamente quando smettono di avere il ciclo mestruale.

Tendenza razziale al Radiant

Gli avalanci vivono in una terra selvaggia e incontaminata, piena di animali feroci e fenomeni naturali distruttivi, ma anche di paesaggi mozzafiato. La loro penisola sorge proprio su una faglia sismica molto attiva che causa con frequenza terremoti, eruzioni vulcaniche e inondazioni, inoltre il clima in inverno è decisamente rigido. Nelle mezze stagioni si verificano spesso forti tempeste. Le dure condizioni di vita hanno temprato il popolo avalanco per resistere alle avversità. Questo ambiente ha inoltre favorito la diffusione dei geni radianti nella popolazione in quanto i radianti sono più adatti a sopravvivere in un ambiente simile. Attualmente, gli avalanci raggiungono un tasso di nascite di radianti annuale pari circa al 10%, a fronte della media euriana stimata che è appena dello 0,07%.

Società

Gli avalanci sono divisi in tribù sparpagliate su tutta la Terra degli Elementi, dalle coste alle montagne. I clan sono caratterizzati da una forte identità tribale e non è insolito per i loro membri abbigliarsi e decorarsi il corpo in modo da comunicare subito a quale tribù appartengono.

Ogni villaggio si affida a due figure cardine, lo sciamano e il capovillaggio; entrambi possono essere sia maschi che femmine, anche se per le donne è poco frequente diventare capitribù. Mentre lo sciamano si occupa delle arti della medicina e delle faccende spirituali della comunità, il capovillaggio prende decisioni legate all’allevamento, ai territori di caccia, al commercio e alla diplomazia, inoltre fa da arbitro per le controversie. Alla famiglia del capovillaggio è attribuito un ruolo rappresentativo importante, dunque la condotta del coniuge e dei figli contribuisce in modo significativo al prestigio di un leader.

Gli insediamenti avalanci sono stabili, ma le tribù possono passare a uno stile di vita nomade o seminomade se nell’area in cui vivono c’è penuria di risorse. Alcuni clan si dedicano all’allevamento, altri alla caccia o alla pesca, la pratica dell’agricoltura è invece sporadica in quanto la Terra degli Elementi dispone di pochissimo territorio coltivabile e per la maggior parte dell’anno fa troppo freddo perché le coltivazioni possano crescere. Ciascun clan sfrutta quanto offerto dall’ambiente per cercare di sopravvivere, commerciando e competendo costantemente con gli altri clan per territorio, risorse e influenza. Nonostante le rivalità interne, però, gli avalanci condividono una forte identità comune come popolo che fa di loro quella che si potrebbe definire una proto-nazione. Una volta all’anno o nei momenti di crisi, i capi delle singole tribù si riuniscono tutti in un unico consiglio e prendono decisioni che riguardano la vita di tutti gli abitanti. I capiclan portano spesso i figli più grandi con loro in tali occasioni per presentarli alla comunità e permettergli di maturare esperienza politica.

Gli avalanci hanno un loro idioma chiamato ketupe nai, “la lingua del popolo”, di solito chiamato semplicemente ketupe. Molti parlano anche il drupi che è la lingua degli orchi del Ramadorn e di molte tribù terakahn. I commercianti spesso ne conoscono almeno un’altra tra euriano e nanico a seconda delle rotte che percorrono.

Nemici degli avalanci

Gli avalanci si trovano spesso a competere con tribù rivali di terakahn e orchi del Ramadorn, anche se con questi ultimi hanno relazioni migliori in quanto sono più proni a intrattenere rapporti pacifici e a commerciare. In alcuni casi queste relazioni amichevoli sfociano in una vera e propria convivenza: al confine col Nortvast, infatti, ci sono molte tribù avalanche in cui vivono anche orchi e viceversa, o addirittura veri e propri villaggi misti. Nemici giurati degli avalanci sono invece i pirati delle Isole di Feia che regolarmente attaccano i loro insediamenti in cerca di bambini da rapire. Questi ragazzi vengono poi venduti agli schiavisti che li obbligano a lavorare nelle miniera di cristalli quadian del Lurad; solo i radianti, infatti, possono resistere alle condizioni estreme a cui è necessario esporsi per recuperare le preziose gemme. Negli anni i Solar hanno inviato più di una missione a difesa di queste popolazioni, salvando e in alcuni casi reclutando i radianti più dotati che avevano perso la propria famiglia a causa dei corsari.

Cultura e religione

Chiunque incontri per la prima volta degli avalanci potrebbe ricavarne l’impressione di gente dura, sospettosa e scostante. Nulla di più lontano dal vero: gli avalanci sanno essere davvero accoglienti, la loro fiducia va però guadagnata dimostrando lealtà e rispetto verso le loro tradizioni, alcune delle quali essi considerano sacre in un modo che per gli altri popoli è difficile comprendere. Gli avalanci infatti hanno un profondo senso dell’onore ed è facile rischiare di offenderli se quando si ha a che fare con loro non si conosce il necessario sulla loro cultura. Di solito, il primo (e talvolta ultimo) sbaglio commesso dagli stranieri è chiedergli apertamente il loro nome spirituale, o tokà. Per comprendere il senso di questa tradizione è necessario andare innanzitutto alle radici della spiritualità avalanca.

Nome spirituale

Gli avalanci non abbracciano il culto di una singola divinità ma credono che in ogni cosa vivente dimori uno spirito. Esistono quindi molti tipi di spiriti che si muovono nel mondo, alcuni buoni, altri malvagi. Mentre gli spiriti inferiori dimorano sulla terra nei corpi di animali, piante e in alcuni luoghi particolari come montagne e foreste, gli spiriti superiori fanno parte della volta celeste. Tra questi ci sono le anime degli antenati più nobili di ciascuna tribù, che dopo la morte si uniscono al firmamento diventando stelle. Questo ha fatto nascere la credenza che gli antenati cantino canzoni di luce per scacciare gli spiriti maligni che minacciano i membri della loro tribù.

In determinate condizioni è possibile comunicare con gli spiriti per ricevere da loro consiglio. E’ proprio quello che si suppone avvenga durante il rituale del tokahiri, quando un giovane avalanco viene allontanato dalla famiglia per circa due settimane durante le quali deve sopravvivere da solo nelle terre selvagge. Nel corso di questo ritiro, l’iniziato deve trovare a modo suo una connessione con gli spiriti, che a un certo punto gli sveleranno il vero nome della sua anima. Gli avalanci, infatti, credono che il tokà di una persona non venga scelto in modo arbitrario ma che esso esista fin da prima della sua nascita e che le venga semplicemente rivelato dagli spiriti. Essi comunicano in modi misteriosi, attraverso la neve, lo scoppiettare di un fuoco, il verso di un animale in lontananza, la pioggia, le nuvole che oscurano e rivelano gli astri; bisogna quindi guardare dentro se stessi e saper ascoltare i sussurri del mondo per scoprire il proprio tokà, e solo quando un individuo trova il nome che “sente” davvero giusto può fare ritorno alla propria tribù.

Una volta completato il tokahiri e ottenuto un nome spirituale, un avalanco è considerato pienamente adulto e può decidere di tagliare il proprio hikat, la treccia che contraddistingue i bambini.

Per approfondire l’argomento, presentiamo di seguito un estratto da un saggio sugli avalanci scritto dall’Arcimaestro di Solenor Kai.


Riguardo al nome spirituale

Un saggio scritto da Kai, Arcimaestro dei Solar di Solenor.

“Nome spirituale” è la traduzione in lingua comune del termine avalanco tokà.

Secondo le tradizioni avalanche, il tokà è il nome proprio dell’anima di una persona. Esso si possiede dalla nascita, ma a differenza del nome che viene dato dai genitori, il tokà si scopre soltanto al momento del passaggio tra l’infanzia e l’età adulta attraverso la cerimonia del tokahiri (letteralmente: “ricerca del nome spirituale”). Un tokà deve sempre avere un significato compiuto. Di solito suona come qualcosa che ha a che fare con la natura, come ad esempio Orso delle Nevi, Stella della Notte, Germoglio di Primavera, Cuore di Nuvola e così via (ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale, N.d.K.).

Quando un giovane avalanco compie quattordici anni (tredici, in alcune tribù), indipendentemente dal suo sesso, viene sottoposto al rito di iniziazione del tokahiri. Il giovane deve sopravvivere da solo per due settimane nelle terre selvagge armato solo di un coltello d’osso e di un mantello di pelliccia. Durante questo ritiro dovrà sfuggire ai predatori, trovare un riparo e procacciarsi il cibo con le sue sole forze. Ogni aiuto esterno, specialmente da parte della famiglia, è severamente vietato. Se il rituale viene disturbato o il candidato fa ritorno troppo presto verrà disonorato agli occhi della sua tribù e dovrà portare l’hikat, la treccia da fanciullo, per un altro anno prima di poter ritentare.

Per ridurre al minimo i rischi legati al tokahiri, i giovani avalanci vengono addestrati nell’arte della sopravvivenza dai genitori fin da piccoli; e tuttavia, in media uno su quaranta non sopravvive alla prova, cadendo vittima di animali selvaggi o della morsa del gelo, o magari dell’instabilità stessa della regione, in cui si verificano di frequente terremoti, tempeste ed eruzioni magmatiche.

Ciò che motiva l’isolamento durante il tokahiri è il fatto che il giovane avalanco abbia bisogno di restare in completa solitudine per raggiungere lo stato mentale necessario a entrare in contatto con gli spiriti, che devono rivelargli il suo nome spirituale. L’iniziato deve approfittare del tempo concessogli per meditare su se stesso e trovare dentro di sé il nome che più gli si addice, quello che gli è stato dato fin dall’alba dei tempi dagli spiriti celesti in attesa che la sua anima s’incarnasse in un corpo mortale. Esso è allo stesso tempo una scelta consapevole e una rivelazione mistica: è un nome dell’anima che si “sceglie” soltanto perché esso emerge spontaneamente quando si raggiunge la piena coscienza di sé. Il giovane avalanco deve scegliere qualcosa che senta come suo, che lo descriva e lo rappresenti, e gli spiriti lo guidano in questo compito. All’atto pratico non c’è nulla di realmente soprannaturale che io sia stato in grado di scoprire attraverso i miei studi nella scelta del tokà; cionondimeno gli avalanci ritengono questo passo assolutamente cruciale nell’esistenza di ogni individuo e insegnano ai loro figli a non prenderlo alla leggera. I giovani avalanci affrontano il loro tokahiri con una devozione e una serietà che va ben al di là di quella con cui la maggior parte dei ragazzi euriani sembrano affrontare qualsiasi nostro sacramento.

Quando un giovane avalanco supera il tokahiri e torna alla sua tribù, lo sciamano lo convoca seduta stante in un colloquio privato e gli chiede se gli spiriti gli hanno rivelato il suo tokà. Se il candidato conferma di averne scelto uno (cosa che si verifica quasi immancabilmente, in quanto un fallimento implicherebbe la ripetizione del rito con altre due settimane di strenua lotta per la sopravvivenza) lo stregone procede con la cerimonia conclusiva del rituale. Contrariamente a quanto potreste pensare, in questa occasione il tokà non viene rivelato: il giovane lo tiene per sé, come farà per il resto della vita. A quel punto egli deve scriverlo su una pergamena di pelle di renna preparata appositamente per la cerimonia (se possibile, meglio che si tratti di una renna uccisa dal padre e conciata dalla madre), che poi deve sigillare e consegnare allo sciamano, il quale la brucia nel fuoco recitando una preghiera, il tutto senza leggerla. In questo modo viene reso noto agli spiriti che il giovane ha preso coscienza del nome segreto della sua anima e che è pronto a prendere il suo posto nella comunità. Se l’iniziato è un giovane uomo, lo sciamano taglierà anche il suo hikat e lo sigillerà con la pergamena prima di bruciarla. Le donne, invece, di solito non tagliano il proprio hikat, ma durante il colloquio con lo sciamano questa treccia viene decorata con degli oggetti preziosi forniti dalla famiglia. Non appena il giovane esce dalla tenda dello sciamano, viene accolto dalla tribù con tripudio e onorato con una serata di festeggiamenti a cui partecipa tutto il villaggio.

L’acquisizione di un tokà comporta anche certi benefici. Nella cultura avalanca, chi non possiede un tokà non può sposarsi, né possedere capi di bestiame o diventare capotribù. Per i maschi è quindi un rito di passaggio assolutamente fondamentale. Per le femmine lo è altrettanto ma assume un significato leggermente diverso, dato che serve soprattutto a segnalare la loro maturità come potenziale sposa e madre. Di solito, quindi, le donne avalanche tagliano l’hikat solo quando raggiungono un’età in cui non sono più fertili o come affermazione che non vogliono più avere figli. Accade anche però che donne avalanche particolarmente volitive che non desiderano una famiglia si facciano tagliare l’hikat quando sono ancora in età fertile o al termine del tokahiri stesso. Queste donne sono chiamate eluth, un termine che si potrebbe forse tradurre nella nostra lingua in modo appropriato con “amazzone”. Questa scelta di solito prelude a un cammino guerriero. Non a caso, tra i combattenti più forti di una tribù è possibile trovare alcune eluth.

Un avalanco porterà con sé il suo tokà per tutta la vita e lo custodirà gelosamente. È suo sacro diritto rivelarlo soltanto a chi vuole, ma questo a noi euriani non trasmette l’idea di quale valenza rivesta per loro un simile gesto. Poiché il tokà per gli avalanci è il nome dell’anima, chi conosce il tokà di una persona conosce la sua anima, come se la possedesse. Questo rende rivelare il tokà a qualcun altro un gesto profondamente spirituale, un dono che trascende perfino la sfera intima. Svelare il proprio tokà a un’altra persona significa donare interamente se stessi a quella persona, permettergli di osservare la propria anima al nudo, senza alcuna protezione. Dunque si tratta di un gesto che va perfino oltre l’atto carnale: è un dono prezioso che può essere soltanto concesso e mai richiesto. Gli avalanci rivelano il proprio tokà solo alle persone che hanno straordinariamente care, quali il marito o la moglie, o al fratello o alla sorella. Raramente si concede tra genitori e figli − è vista come una confidenza troppo intima. Mai, nel modo più assoluto, questo privilegio è accordato agli estranei, e specialmente agli stranieri, a meno che non l’abbiano guadagnato. Tuttavia rivelare il tokà ai propri cari non è affatto obbligatorio e alcuni avalanci vivono tutta la loro vita senza mai rivelarlo ad anima viva. Dopotutto è con quel nome che si presenteranno agli spiriti dopo la morte, perciò ciascuno ha il diritto e il dovere di proteggerlo come meglio crede.

Una volta scelto, un tokà non può più essere cambiato, se non in circostanze eccezionali. Solo il portatore può decidere quando e se è necessario cambiare il proprio nome spirituale, e ciò può avvenire unicamente nel caso che quella persona senta di aver attraversato esperienze che sono state in grado di cambiarla così profondamente che il vecchio nome non la rappresenta più. Quando un avalanco arriva a cambiare il proprio tokà – e credetemi, ciò è davvero raro − significa che è diventato un’altra persona, proprio come se quella che era prima fosse morta e un’altra ne avesse preso il posto. Questo può rispecchiare un nuovo scopo nella vita, o un sovvertimento della propria visione del mondo. Quale che sia il motivo, da quel momento il soggetto tende a distaccarsi da qualsiasi legame affettivo, al punto che i suoi stessi parenti possono stentare a riconoscere in lui o in lei un loro congiunto.

Malgrado la loro riservatezza gli avalanci non sono ostili verso gli stranieri. Possono apparire duri perché vivono in un luogo dove devono costantemente lottare per sopravvivere, ma in fondo al cuore sono un popolo pacifico, che vive in armonia con la selvaggia purezza della propria terra, dove la civiltà mai ha messo piede. Semplicemente, chiunque desideri entrare nelle loro grazie deve prima guadagnarsi la loro fiducia. Con una tradizione come quella del tokà è facile capire come la fiducia sia per questo popolo un valore estremamente importante: vivendo in un luogo tanto ostile, gli avalanci sanno che una tribù non sopravvivrebbe se i suoi membri non potessero contare gli uni sugli altri. Sono difficili da accattivarsi, ma una volta conquistato instaurano con lo straniero un’intesa profonda. Se lo straniero è particolarmente benvoluto gli può essere permesso addirittura di scegliersi un nome spirituale: a quel punto non è più uno estraneo, ma un fratello e un membro della tribù pari in tutto a chi vi è nato. Inutile dire che misero sarebbe lo stolto che osasse approfittarsi di quella fiducia, perché quando si sentono traditi gli avalanci non concedono pietà né conoscono perdono.

Va da sé che un uso improprio del tokà da parte di un avalanco è ben raro, ma quando si verifica conduce immancabilmente alla tragedia. Coloro che conoscono il tokà di un’altra persona sono intitolati anche ad esserne custodi. Disporre con leggerezza di un segreto tanto prezioso è terribilmente pericoloso. Estorcere il tokà a un avalanco o farne un uso improprio è un affronto di una gravità inaudita, un crimine che le comunità avalanche reputano perfino superiore all’omicidio. Molte storie popolari avalanche ruotano intorno al furto di un nome spirituale. Chi rivela il nome spirituale di un’altra persona senza autorizzazione, o lo vende, lo usa per un insulto, o semplicemente lo dice ad alta voce in pubblico, è passibile di una vendetta immediata quanto brutale. Colui il cui nome spirituale viene tradito ha pieno diritto di lavare l’onta subita col sangue di chi ha commesso l’affronto e di tutti coloro che ne sono stati complici, e se egli non ci riesce, la sua famiglia continuerà la faida in sua vece finché i responsabili non saranno stati puniti. In una parola, insultare il tokà di un’altra persona significa che quella persona non avrà pace finché non avrà ucciso chi ha violato la sua anima. Inoltre, come gesto estremo, la maggior parte degli avalanci che hanno subito una pubblica umiliazione col proprio nome spirituale, dopo aver ucciso chi li ha umiliati, si tolgono la vita pur di non vivere con la vergogna di avere degli estranei che conoscono il nome della loro anima. L’unica occasione in cui è consentito rivelare pubblicamente il nome spirituale di una persona è al suo funerale o comunque dopo la sua morte. In quel caso non ha più importanza in quanto la persona in questione, o meglio la sua anima, si è già presentata agli spiriti e il suo fato è stato deciso, perciò nessun mortale ha più potere su di essa.

Esiste tuttavia un’occasione in cui il tokà può essere rivelato a un nemico, ed è per lanciare una sfida. Colui che dichiara apertamente il proprio tokà a un nemico compie con quell’atto un solenne giuramento di ucciderlo. La tradizione avalanca stabilisce che chi lancia questa sfida non possa avere pace se muore prima di aver ucciso tutti quelli che hanno sentito il nome, per cui si tratta di un atto grave e irrevocabile, che non lascia adito a compassione o a ripensamenti.

All’esatto opposto della sfida, vi è lo scegliere un tokà per qualcun altro come gesto di amore estremo. È infatti possibile, per un giovane avalanco che prova un fortissimo legame verso un’altra persona, permettere a quella persona di scegliere un nome in sua vece. Questo atto tuttavia porta con sé un’enorme responsabilità e, potenzialmente, un rischio perfino maggiore della sfida.

Colui che sceglie il nome per un altro sta sostenendo di aver ottenuto una rivelazione dagli spiriti in sua vece. Chi decide di ricevere il tokà da un’altra persona deve prima di tutto concordare che lo accetterà. Il suo nome spirituale sarà allora quello scelto dall’altra persona, qualunque esso sia, ed esso sarà definitivo una volta pronunciato. I due non possono accordarsi in anticipo sul nome: chi lo riceve deve sentirlo in quel momento per la prima volta. Chi offre un nome spirituale deve invece accettare di farlo a suo rischio e pericolo: se pronuncia un nome ingiurioso, ridicolo, debole, che non rappresenta il soggetto o perfino che va contro il suo gusto, il ricevente avrà il diritto/dovere di ucciderlo. Per questo motivo i giovani vengono mandati a scegliere il tokà da soli e senza interferenze esterne. Sempre per questo motivo chiedere a un altro di scegliere il proprio nome spirituale significa metterlo in una posizione rischiosa e allo stesso tempo dimostrargli una completa fiducia.

Quando un tokà viene offerto e accolto positivamente, esso diventa fonte di grande gioia da ambo le parti. In questo modo si celebra una comunione non tra due persone ma tra due anime che hanno stabilito un rapporto di fiducia che va oltre la morte. Fino alla fine dell’eternità, tra quelle due persone si crea un legame indissolubile. Tradire quel legame sarebbe il peggiore dei crimini immaginabili.

Come spero avrete compreso da questo mio saggio, il tokà è un’usanza estremamente radicata nella cultura avalanca. Esso è parte integrante dell’identità culturale di questo popolo e costituisce senza dubbio alcuno la sua tradizione più sacra. Nel nome di tokà violati è accaduto che tribù intere si siano sterminate a vicenda, il che spiega perché gli avalanci trattino la materia con tanta delicatezza. Il tokà è visto come il mezzo attraverso cui ciascuno entra in contatto con l’aldilà. Un’anima senza tokà è un’anima incompleta, un’anima perduta.

Tuttavia, pur nelle sue conseguenze più brutali, non si può negare che tale tradizione conferisca a questo popolo barbaro un lato misterioso e affascinante. Posso dire di saperlo bene perché tra i miei migliori fratelli ci sono alcuni avalanci e, sebbene li conosca da molti anni e li consideri amici intimi, in loro c’è sempre un qualcosa di fuggevole, esotico, che mi rende difficile comprenderli appieno. A volte penso che se ne conoscessi il tokà questo strano fascino che sanno ingenerare svanirebbe, e capisco che forse li preferisco così.

Gli avalanci: i custodi dei nomi delle anime.

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