Imbianchini fantasy

Di recente, confrontando le impressioni e i commenti ricevuti dalle prime persone che hanno letto Darkwing (con mio sollievo, in larga parte positivi), mi è sovvenuta una riflessione che vorrei condividere con voi e magari lanciare una piccola discussione.

Secondo voi, per chi scrive l’autore di un libro? Per se stesso o per gli altri? Lo fa prefiggendosi obbiettivi commerciali o per una sua espressione personale? Chi tra voi ha avuto esperienze di scrittura, per quale motivo ha preso la penna in mano? E soprattutto, quanto contano, nel processo di scrittura, i giudizi di chi legge? Vi sentite influenzati da ciò che dicono gli altri, o qualsiasi cosa vi si dica preferite tirare dritti per la vostra strada?

Courtesy of www.guidaconsumatore.com

Per quanto mi riguarda, l’opinione dei lettori ha sempre contato moltissimo. Un testo che non mi porta dei commenti è un testo sterile, che mi demoralizza; lo scambio è per me parte integrante dell’entusiasmo collegato al processo di scrittura, tanto quanto il piacere stesso di battere sui tasti e comporre le proprie pagine. Pensare che il giudizio degli altri sia del tutto irrilevante (“Tanto la gente non capisce il mio genio!”) è, oltre che sbagliato, un ottimo modo per darsi la zappa sui piedi, rendendo la scrittura un esercizio di pura arroganza con contorno di narcisismo a fette. Se i lettori non ti capiscono, in genere è perché tu non ti fai capire: punto.

Allo stesso tempo, però, credo che esista un momento in cui l’autore è costretto a tracciare una linea tra sé e gli altri. E’ giusto e sacrosanto ascoltare tutti i pareri, ma non dobbiamo dimenticare una cosa: a scrivere un libro è il suo autore, non i lettori. Capitano a volte dei lettori un po’ presuntuosi che si aspettano che l’autore debba automaticamente tener conto di ogni loro capriccio, non importa quanto personale o bizzarro, dimenticando che ognuno ha i suoi gusti, e quel che per uno è bianco, per un altro sarà rosso. Penso invece che il primo requisito di uno scrittore debba essere l’onestà intellettuale, verso se stesso e la propria opera; una qualità ben distinta dalla capacità di autocritica, che non va mai messa da parte. A lavoro finito, l’autore dovrebbe ancora sentire il testo come un qualcosa di proprio, di certo strutturato per essere compreso dal pubblico, ma che nel corso della sua evoluzione non sia stato snaturato da influenze esterne, al di là di ogni contaminazione positiva o negativa scaturita da critiche, target, editing e compagnia bella.

Per questo, il mestiere dello scrittore mi sembra simile, a volte, a quello dell’imbianchino.
Un bel giorno, ti alzi e decidi di ridipingere una parete perché la vuoi gialla. Poi arriva tua moglie e dice che le piace più l’azzurro. Tua figlia la vorrebbe rosa, con le Winx e i fiorellini verde acido. La nonna preferisce la carta da parati che aveva lei a casa vecchia, quella del “quindicidiciotto”. Gli amici ti consiglieranno di mettere le mattonelle; i colleghi, ti daranno il sito di un arredatore russo all’ultimo grido che sui muri ci disegna le matrioske; per lo zio ricco, la parete va bene così ma dovresti proprio fare un pensierino sulla moquette. E infine arriva il tuo editor, che ti dice che avresti fatto meglio a lasciar perdere, perché tanto c’è da ristrutturare l’intero appartamento, poi ridipingerlo del colore che va di moda oggi… ma che comunque è fatica sprecata, perché è improbabile che lì ci vivrà mai nessuno. E poi ti chiede 500 euro per il suo prezioso consiglio. E tu, anima ingenua che pensavi di poterti godere il semplice piacere di dipingere una parete senza rotture di scatole, finirai per chiamare una ditta che di euro te ne spillerà 5.000 per fare (male) un lavoro che non volevi e che una volta finito nemmeno ti piacerà com’è venuto. Per dare retta a tutti alla fine nessuno sarà contento, men che meno tu.

Per questo, credo che la filosofia migliore sia sempre fare una media ponderata dei pareri che ci arrivano e regolarsi di conseguenza; non si può cambiare tutto secondo il gusto altrui perché altrimenti questo snaturerebbe la nostra opera, ma se un dato elemento viene criticato da più parti, è proprio il caso di rivederlo. Magari la tua parete sta meglio con un giallo ocra invece che con un giallo canarino, ciò non toglie che se la vuoi gialla, hai pure il sacrosanto diritto di farla gialla…

E voi, cosa ne pensate?

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